La transizione ecologica: il cambiamento climatico e il ruolo delle aziende

Nel corso di questo 2021 è stato pubblicato il sesto Rapporto sul tema Ambiente e crisi climatica dall’IPCC (Intergovernamental Panel on Climate Change). Un rapporto critico e fondamentale che ci offre spunti e considerazioni serie per riflettere sulla transizione ecologica, il cambiamento climatico e il ruolo delle aziende

Scenario ambientale presentatoci dall’IPCC

Dato che non è stato affatto banale trovare il link del Rapporto sopra citato, ecco il regalo per voi: IPCC_AR6_WGI_Full_Report_smaller.pdf (vi avverto: non apritelo dal telefono in quanto contiene 4000 pagine).

Qui invece vi segnalo il report riassuntivo di 42 pagine: IPCC_AR6_WGI_SPM.pdf.

Lo scenario fornitoci dagli scienziati è il seguente: entro il 2040 (considerato il breve termine) la temperatura aumenterà circa di 1.6° C – entro il 2060 (il medio termine) aumenterà mediamente di 2.4° C – entro il 2100 (lungo termine) aumenterà fino a 4.4° C.

Le conseguenze di questi incrementi di temperatura sono inquietanti.

Citando il Report: «con ogni ulteriore incremento del riscaldamento globale, i cambiamenti negli estremi continueranno a diventare più significati. Per esempio, ogni 0,5°C in più di riscaldamento globale causerà aumenti chiaramente distinguibili nell’intensità e nella frequenza degli estremi caldi, incluse le ondate di calore e le forti precipitazioni, così come le siccità agricole e idrologiche in alcune regioni. È molto probabile che gli eventi di precipitazioni pesanti si intensifichino e diventino più frequenti nella maggior parte delle regioni con un ulteriore riscaldamento globale. È probabile che l’Artico sia praticamente privo di ghiaccio marino prima del 2050 secondo i cinque scenari illustrativi considerati in questo rapporto, con più frequenti per livelli di riscaldamento più alti.»

Non aggiungo altro per non rovinarvi la sorpresa.

Ma allora perché continuiamo a non trovare una soluzione seria per evitare questo collasso globale?

Decrescita infelice o felice?

Se oggi dovesse capitarti di sentire uno speech pubblico di un Amministratore Delegato, ti garantisco per recente e personale esperienza, che dalla sua bocca non sentirai mai pronunciare che “per fermare il Cambiamento Climatico c’è bisogno di fermare la produzione delle aziende”. Anzi, sentirai che “non è minimamente ipotizzabile un fenomeno di decrescita poiché nessuno si auspicherebbe una decrescita in quanto la decrescita non è felice!”

La decrescita non è felice. Ma chi lo dice? 

Lo dicono le aziende.

Il nostro sistema economico si regge sulle aziende e quindi se le aziende non sono felici, il sistema non è felice.

Io ora non voglio minimizzare il tutto, il nostro sistema è complesso, viviamo in una società complessa con intricati meccanismi economici e geopolitici. E banalizzarli non è la via. Infatti sono sicura che se effettivamente un’azienda smettesse di produrre dall’oggi al domani, metterebbe soltanto in crisi un’intera comunità, se non un’intera nazione!

E dato che la società la fanno le aziende e nelle aziende ci sono le persone, per come la vedo io c’è bisogno di tutelare l’imprenditore e gli operai.

Bisogna garantir loro un piano alternativo.

Bisogna costruire una strategia (seria, rilevante e misurabile) che vada incontro alla necessità sociale (che sia equa il più possibile) e alla necessità ambientale.

Quando parliamo di sostenibilità ricordiamoci che essa ha varie accezioni, anzi prima ancora di definire la sostenibilità ambientale con questo termine si è sempre intesa una sostenibilità di tipo economico. Ma per un ulteriore approfondimento sul significato di “sostenibilità” vi rimando al mio precedente articolo. Ad ogni modo la sostenibilità non comprende solo il tema Ambiente o il tema Economia, ma anche l’aspetto Sociale!

Ecco perché sono d’accordo sul fatto che nella conversione delle aziende verso la sostenibilità, le persone vanno incluse e guidate affinché non siano lasciate indietro. Indietro in una società non sostenibile.

Transizione Ecologica: il ruolo delle aziende per diventare sostenibili

Per poter effettivamente guidare le aziende nella transizione ecologica, c’è bisogno di una Regolamentazione “dall’alto”, ovvero dallo Stato che è capace di intercettare le priorità in tema Ambiente (e grazie agli strumenti messi in campo dai comitati scientifici come il Report dell’IPCC, può farlo!) e porre dei limiti.

Oggi la parola limite fa paura, viene associata ad una privazione delle libertà! Ahia, tema caldo nel 2021. 

Ma non c’è da spaventarsi, le limitazioni in campo produzione industriale sono messe in atto da sempre!

Esempi? La legge del 2016 con la quale si è vietato il commercio degli spray che contenevano CFC, responsabili dei gas che causavano l’allargamento del buco dell’ozono, l‘introduzione delle buste biodegradabili nei supermercati o la più recente messa a bando della plastica monouso.

Quindi questa è la prova che lo Stato può intervenire per poter correggere i meccanismi del mercato, poiché ce ne sono! Mi dispiace caro Smith, la tua teoria è un fallimento (e non lo dico solo io!).

Insomma per concludere, i report degli scienziati autorevoli sono accessibili a tutti, l’ONU con grande premura ha inserito nell’Agenda 2030 gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (i famosi SDG’s) per dare alle aziende, e a tutti noi, delle linee guida circa le priorità del pianeta e gli Stati hanno ancora in mano i poteri principali secondo la tradizionale tripartizione.

Abbiamo tutti gli strumenti per frenare la sovrapproduzione delle aziende ma tutelare i lavoratori in una società complessa e dinamica come quella di oggi (e vicina al declino).

Perché non mettersi all’opera?

 

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