Nei vari dibattiti incentrati sull’alimentazione, sentiamo spesso sostenere che scegliere di mangiare carne locale sia una scelta etica migliore rispetto al consumo di carne del supermercato o in generale proveniente dalla GDO.

È parte del pensiero comune, infatti, individuare nella cosiddetta “carne a chilometro zero” una miglior qualità non solo nel prodotto finale ma anche nel processo che ha portato ad ottenere tale alimento.

Chi si avvicina ad una alimentazione più consapevole anche per motivi “etici” nei confronti del benessere e dei diritti degli animali, inevitabilmente finisce per fronteggiarsi con questo tipo di opinione comune e a fare i conti con ciò che è pensiero diffuso e condiviso.

Scendendo un po’ più nei dettagli scopriamo in che modo questo concetto veicoli l’idea che la carne “locale” sia frutto di un processo meno crudele o impattante di quella proveniente dalla grande distribuzione.

Mangiare carne locale è una scelta etica? – Scopriamo i luoghi comuni

Innanzitutto, partiamo con il dire che, per le famiglie italiane, avere un macellaio o un allevatore di fiducia è da sempre sinonimo di qualità e ricercatezza del prodotto. Per questo motivo individuiamo nel prodotto locale un prodotto costoso e quindi garanzia di maggiore qualità, e nel nostro caso, di maggior attenzione nei confronti dell’animale che diventerà poi prodotto finale.

Molto spesso, il concetto si fonde o si confonde con il ragionamento equivalente fatto per i prodotti vegetali locali e stagionali. Non possiamo però permetterci di confondere così facilmente due mondi complementari sì, ma paralleli e diversi come quello della produzione vegetale e quella animale.

È importante, infatti, considerare che il mondo della produzione di alimenti di origine animale, come quella di carne, uova e latte si basa su tecniche, risorse e tempistiche completamente autonome da quelle della produzione di alimenti di origine vegetale. Senza contare l’impatto che questi enormi stabilimenti hanno sull’ecosistema. In Italia ci sono circa 400 mila allevamenti di ogni genere, sono localizzati soprattutto al nord Italia e contribuiscono per il 75% al totale delle emissioni di ammoniaca. Pensate sono la nostra seconda fonte di inquinamento maggiore dopo il riscaldamento degli edifici!

Carne locale non è sinonimo di stagionalità, né tantomeno di utilizzo di reti di produzione di risorse locali. La produzione di carne, fatta a livello intensivo, estensivo o a conduzione famigliare segue tempi ben scanditi che non scendono a patti con nessun ritmo biologico, a partire da quello di giorno e notte.

Un altro errore comune, molto spesso commesso anche dalla grande distribuzione per avvicinare il consumatore a un’idea più etica di produzione, è quello di pensare al legame affettivo che un allevatore a conduzione famigliare può avere con i suoi animali. Ma siamo sicuri che sia veramente così?

Grazie a diverse testimonianze di veterinari e addetti al controllo sul benessere animale, viene riportato come le peggiori condizioni molto spesso si ritrovino proprio in contesti di allevamento piccoli e di nicchia, poco soggetti a controlli periodici e con una legislazione meno dettagliata e stringente rispetto a quella imposta alla grande distribuzione.

Tra le mura del piccolo allevamento molto spesso le pratiche si riducono ad attività rudimentali, con strumenti obsoleti e molte volte non in grado di rispettare le condizioni di “benessere” richieste oggi negli allevamenti.

Per non parlare poi delle realtà di auto produzione, dove il sapere è frutto di generazioni che tramandano un mestiere senza che questo possa mai confrontarsi con la realtà odierna e i suoi progressi.

Nonostante non si possa dubitare del fatto che per alcuni ci sia la volontà di allontanarsi da pratiche crudeli esclusivamente dettate dal profitto, dobbiamo però sempre ricordarci che come qualsiasi altra fetta di mercato, anche quella alimentare-animale si basa e sopravvive grazie al guadagno e al reddito. Nessuna persona “buona di cuore” può sopravvivere partendo dall’idea di non voler guadagnare dallo sfruttamento dei suoi animali.

In conclusione, possiamo affermare come una vera scelta etica è una scelta di cambiamento, che non alimenti un sistema basato sull’idea di sfruttamento e oppressione, ma che prediliga una scelta vegetale (Leggi questo articolo recente sull’alimentazione vegetale) a una animale, che trovi la sua etica nella consapevolezza di ciò che si trova dietro ad un prodotto nato dall’utilizzo di un’altra vita a nostro piacimento.

Non ricerchiamo l’etica nel meno peggio, ma nell’alternativa a ciò che di etico ha davvero poco.

 

Francesca Giustina

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Francesca ha 25 anni e ha una sfrenata passione per gli animali e la natura. Studia progettazione pedagogica e ha un background di comunicazione in ambito sostenibilità. Si definisce una persona piena di interessi, di obiettivi e di entusiasmo. Nel tempo libero si occupa anche del suo gruppo di gallinelle salvate da situazioni sfortunate.

Account instagram: @_rightandcorrect

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