Economia Ambientale

Trend vs Realtà, un’analisi degli impatti

In questo articolo voglio fare un confronto tra Trend vs Realtà.

Prenderò in considerazione due temi che mi sono entrambi molto a cuore: il fashion e l’industria alimentare.

Non è mai stato così piacevole trovarsi in un occhio del ciclone, soprattutto se questo ciclone porta il nome di “fashion sostenibile”.

Trend vs realtà del settore del “fashion sostenibile”

In 26 anni di età non mi sono mai imbattuta così spesso come oggi in questa tematica. I social hanno un ruolo fondamentale in questo ed infatti la mia home di Instagram pullula di piccoli brand emergenti che ne inventano una più del diavolo pur di scatenare l’interesse di qualche fashion victim pronta ad acquistare il loro ultimo prodotto. Indifferente che esso sia un piumino imbottito, invece che di piume d’oca, di petali di fiori selvatici (esiste davvero non sto scherzando) oppure l’ultimo modello di sneakers con suola realizzata in fibre vegetali (le varianti sono ananas, mele e vino. Avvertono che potrebbero attirare le api…).

Davvero sono piacevolmente sorpresa da queste bizzarre ed innovative idee! È fondamentale sensibilizzare i consumatori su questa tematica.

Però, però…il solito dubbio che mi affligge riguarda la sostenibilità dei processi produttivi.

Dato che più che leggere le pagine web patinate di questi brand non posso fare, mi chiedo se oltre alla sbalorditiva ricerca in termini di materiale e creatività di design che possiamo ammirare nei loro e-commerce, ci sia stata una decisione intelligente ed eco-compatibile per quanto riguarda gli impatti dei loro cicli produttivi. E non solo, mi chiedo, quanta produzione hanno in mente di intraprendere?

Pensiamoci.

Se un prodotto è destinato al consumo delle masse, significa che sarà prodotto in quantità elevate! E allora di cosa ne sarà di tutti quei fiori selvatici inseriti nel piumino alla moda? E delle coltivazioni dell’ananas e del melo per realizzare delle suolette?

Credo di aver toccato il vero nocciolo della questione.

E cioè che è quando la produzione raggiunge quantità esorbitanti che si manifesta la scarsità della risorsa, qualunque essa sia. Se è artificiale, avrà inquinato per la sua estrazione, per la lavorazione e infine la produzione, nonché per lo scarto finale non smaltibile facilmente; ma se è naturale? Abbiamo potenzialmente rovinato un ecosistema! E come succede ai tessuti per produrre abbigliamento, così succede all’industria del food.

Trend vs realtà del settore del food

Locandina di "Soyalism" (trend vs realtà)
Locandina di “Soyalism”

Pensate alla coltivazione estensiva e conseguente raccolta in quantità smisurate di alcuni frutti (vedi gli avocado per i poke, le palme per l’olio e la soya per le bevande). A questo proposito vi faccio un breve inciso: parlerò presto degli impatti ambientali e sociali delle produzioni estensive e vi anticipo un film-documentario meraviglioso da guardare: “Soyalism“.

Cosa avranno mai in comune il poke all’avocado e il piumino imbottito di fiori?

La risposta diplomatica sarebbe ‘NULLA’, la risposta approfondita e socialmente interessata è: ‘un’illusione di apportare del benessere all’ambiente e di far avvicinare i consumatori alla natura, un trend ricoperto, dall’ideazione alla vendita del bene/servizio, da una patina fintamente ecologica, in altre parole un fenomeno di “greenwashing“‘.

(Volevate sentire la risposta socialmente cinica vero?)

L’avocado è stato adorato per la sua capacità di far perdere peso e per le ricchissime vitamine che contiene al suo interno. Viene inserito nelle insalate quasi a prendere il posto del pollo in una caesar salad e viene abbinato ai toast per un perfetto brunch californiano. Tutte cose che ci fanno subito sentire super cool.

Ma la verità?

Si tratta di un prodotto così monopolizzato che è stato definito “oro verde”. Soppianta le coltivazioni di altre specie (mettendo per altro a repentaglio la sopravvivenza di molti popoli nativi in determinati territori), viene inondato di pesticidi e fertilizzanti (che in parte possono anche persistere nel frutto), è oggetto di un consumo di acqua eccessivo (per 1 kg di avocado, quindi 5 pezzi, c’è bisogno di 1000 litri di acqua!).

Tutto questo risvolto fortemente impattante per l’ambiente, per la popolazione e per l’economia, lo riscontriamo in moltissime altre produzioni! Non solo di frutta, non solo alimentare, non solo d’abbigliamento!

Impatti negativi e possibili soluzioni

Non pensate che così come l’avocado, anche una materia naturale utilizzata in un capo d’abbigliamento possa creare danni? Ora probabilmente non sarà il caso di quel piumino, che magari rappresentava solo una limited edition e milioni e milioni di fiorellini selvatici non saranno mai maltrattati per la sua produzione, ma questo avviene con tessuti naturali come il cotone o la seta possano creare sfruttamento di manodopera, impatti negativi agli ecosistemi e danni all’economia!

Le soluzioni più facili sembrerebbero due:

a) Acquistare meno. Scegliendo con consapevolezza, sempre.

b) Acquistare second-hand. Con dei beni già sul mercato, si possono consumare prodotti ed implementare i cicli di vita, in questo modo l’impatto sarà pressoché nullo.

 

 

2 commenti

  • Stefano Panunzi

    Articolo interessante, che da spunto a diverse riflessioni, sia dal punto di vista economico e sia sociale. Sempre attenta alle problematiche attuali, grazie alla provenienza di studi nel campo dell’ economia sostenibile, Marta ci propone analisi sintetiche ed oggettive delle diverse condizioni e comportamenti sociali, industriali e ambientali. Grazie!

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